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Nomesino: Castel Nomesino

Nomesino tra storia, castelli e leggende. ''Un ponte lanciato tra il passato ed il quotidiano'': ricerche sul territorio, sulla storia, sulle leggende e testimonianze della gente del paese.

 

Posizione Geografica

Prime popolazioni

La Bonifica del territorio

Le case, le strade

Nomesino e la nostra storia

Castel Nomesino, pianta del castello, il suo tesoro. Conquista e distruzione. Gardumo sconfigge Venezia.

Le tre strie

Castel Nomesino, localmente detto anche Castel Frassemm è situato sul dosso omonimo a 919 m. s.l.m. e controllava la strada romana che portava dalla Valle dell'Adige al Lago di Garda e attualmente collega con una stradina i paesi di Nomesino, Manzano, Pannone, e il paese di Corniano.
Il Castello, posto in posizione dominante fu certamente un castelliere preistorico già abitato attorno all'anno 1000 a.C. e alcuni storici ritengono che nello stesso luogo si ergesse il mitico Castel Ennemase distrutto nel 590 dai Franchi, durante una delle loro scorrerie contro il ducato Longobardo di Trento.
La prima notizia certa del castello appare nel 1269, documentando una proprietà di tipo consortile e la notizia della vendita della terra situata all'interno delle mura del Castrum Nomesinum.
In seguito divenne un bene feudale, prima della famiglia dei Gardumo e poi nel 1333 dei Castelbarco di Albano, tra cui si distinse in negativo Federico, figlio di Aldrighetto, il quale alla morte del padre fu investito della Giurisdizione dei castelli di Gresta, Nomesino ed Albano.
Federico fu un piccolo tiranno che trasformò i suoi castelli in covi di banditi che terrorizzavano i paesi vicini. Morì nel 1358 lasciando al figlio Aldrighetto Castel Gresta e al figlio Armano la Giurisdizione dei castelli di Albano e Nomesino.
Si rompeva così l'unità della Pieve di Gardumo che salvo brevi periodi non venne più ricostituita.
Nel 1413 Ottone moriva senza figli maschi e fu l'ultimo dei Castelbarco di Albano e Nomesino. Castel Nomesino e Castel Albano vennero lasciati a Guglielmo Castelbarco di Lizzano.

Pianta del castello

Castel Nomesino è discritto con precisione nell'inventario compilato nel 1413 dopo la morte di Ottone di Castelbarco.
Il castello era costituito da una torre che si alzava per tre-quattro metri sopra il tetto di una costruzione forse comuncante con la torre stessa; era costruito in muratura e parte in legname con la copertura in coppi. Non era molto grande, tuttavia collocato in una posizione strategica per il controllo della Valle.
Al piano terra vi erano la grande cucina con dispensa e nel sotterraneo la vasta cantina usata anche come deposito. L'ala del palazzo rivolta verso Rovereto era occupata dal granaio e dalla stalla.
Al primo piano c'era la grande camera del signore e della sua concubina e probabilmente una o più stanzette o ripostigli.
Al secondo piano c'era un' altra stanza occupata da chi custodiva e curava gli affari delle castellania quando il signore era assente.
Nei vari piani della torre c'erano alcune stanzette e alla sommità una camera che prendeva tutto il piano della torre che sovrastava l'intero edificio.
Dalla torre si potevano inviare segnali al castelli dell'altopiano di Brentonico e di Gresta. Nel castellario, circondato da mura, trovavano posto tettoie e piccole costruzioni in muratura e legname, con tetti in coppi adibiti a rimesse e fienili.
Il castello era dotato inoltre di una cisterna, profonda quattro metri circa, per la raccolta dell'acqua piovana e di una cappelletta dei signori.


IL CASTELLO E IL SUO "TESORO"

Grazie all'inventario dei beni lasciati da Ottone di Castelbarco col suo testamento è stato possibile conoscere la vita domestica dei signori di quei tempi e scoprire con una certa sorpresa un'esistenza anche con aspetti pacifici e operosi. Il castello era una residenza estiva usata saltuariarmente dal castellano e dalla sua dama, che occupavano la vasta camera del primo piano.
Nella camera c'erano un letto con materasso, cuscini, lenzuoli, piumoni e un tavolo in noce con due panche.
Inoltre vi erano un altro letto completamente arredato, scodelle, piatti, bicchieri, pentole e altri oggetti da cucina.
La presenza di tutto ciò è giustificata in quanto costituiva l'eredità lasciata alla concubina Maria di Besagno.
Nella camera del secondo piano si trova inventariato un letto con il suo arredo, un bancone ed una cassa in noce e tutta la documentazione relativa agli affitti e rendite della castellania di Nomesino; era quindi una carriera adibita anche a studio forse usata dal custode ed uomo di fiducia di Ottone.
Alla sommità della torre troviamo descritta un'altra cameretta per una persona.
Nei piani sottostanti erano ricavate alcune piccole stanze usate come armeria e nelle quali erano conservate dicei balestre, sei casse di frecce, sei corazze antiche, una cassa con polvere da sparo, nove bombarde piccole ed altre armi.
Il piano terra era occupato da una grande cucina rivolta a sud e comunicante con la dispensa. Nella cucina c'era tutto l'occorrente: paioli, pentole, graticole, secchi, codelle, piatti e cucchiai in legno e non mancava un bancone e un tavolo con la sua panca, e vengono elencati anche olio e sale.
La dispensa conteneva dieci formatti e otto spalle di maiale.
Sempre a piano terra, ma nell'altra ala, c'erano granaio e stalla; nel granaio erano conservate granaglie e farine di frumento, segala, semola, biada e avena.
Nella stalla c'erano due buoi.
La cantina era molto vasta con una parte adibita a deposito e conteneva botticelle, botti (vege) grandi e piccole, recipienti di legno (brente) per il trasporto a spalla del vino, due carri di vino, barilotti e vari recipienti usati come unità di misura quali minali, staia, quarta.
La cantina conteneva anche due falci, due martelli, due seghe, due scuri, due rastrelli, due zappe, due forche, due coltelli: una fornitura completa di arnesi per la campagna!
Nel cortile (castellario) c'era un birroccio, una bena, un carretto a mano, un carro ferrato e un aratro riparati sotto tettoie.
Nel cortile trovava posto anche il fienile con due carri di fieno ed uno di paglia.
Il lugubre e terrificante Castello di Nomesino posseduto da Federico di Castelbarco che coi suoi briganti aveva terrorizzato i paesi vicini macchiandosi di molti delitti tra cui ricordiamo quello di Martino, sindaco di Gardumo e ufficiale vescovile, cambiando proprietario poteva trasformarsi in una tranquilla villa immensa nel verde ove trascorrere qualche giorno in buona compagnia.

 

CONQUISTA E DISTRUZIONE DI CASTEL NOMESINO

Sul finire del XIV secolo i Visconti di Milano si erano impadroniti di Verona e Riva; i Veneziani controllavano il territorio dei quattro Vicariati: Mori, Brentonico, Ala e Avio ed intrambi cercavano di prendere il controllo del Trentino

I Castelbarco all'inizio del XV secolo si erano allontanati dal Principato Vescovile di Trento per allearsi con Venezia, ma pochi anni dopo, non ritenendo più  vantaggiosa l'alleanza, abbandonarono i Veneziani.

Nel 1439 scoppiò la guerra tra Venezia e Milano coi suoi alleati; Guglielmo di Lizzana, signore di Nomesino, si ribellò e assieme alle milizie vescovili attaccò i veneziani trincerati a Rovereto.
Nell'Aprile del 1440 anche Castel Nomesino fu bombardato, dato alle fiamme e distrutto completamente, forse per vincere la strenua e disperata resistenza degli ultimi sostenitori di Guglielmo di Lizzana.
In seguito a quegli eventi il comune di Nomesino accettò volentieri la protezione di Venezia passando sotto il capitanato di Rovereto. I comuni di Nomesino e Manzano costituirono un piccolo "vicariato"che ebbe una certa autonomia e libertà mentre il paese di Corniano venne incendiato e distrutto, e anche a causa di una terribile epidemia di peste, abbandonato.
Il piccolo Vicariato si staccò per secoli dalla giurisdizione di Gresta e solamente la Parrocchia della Pieve continuò a riunire tutta la comunità di Gardumo.

GARDUMO SCONFIGGE VENEZIA

Un episodio quasi leggendario accadde nel 1508 durante lo scontro tra l'imperatore Massimiliano d'Asburgo e Venezia.
Le truppe dell'Imperatore, composte da mercenari di varie nazionalità, litigarono per futili motivi e si dovettero ritirare verso nord. Ne approfittarono i soldati veneziani che saccheggiando e distruggendo ogni cosa si diressero verso Gardumo.
Avvenne allora l'incredibile : poco più di mille montanari della valle, organizzati nelle loro comunità montane, sconfissero e misero in fuga tremila veneziani che lasciarono sul terreno più di trecento morti.
La gente di Gardumo difese  le prporpie famiglie e il proprio territoriio, riuscendo nell'impresa, grazie alla guida dei sindaci delle antiche comunità rurali (e forse anceh di Nicolò di Castelbarco) e grazie pure alla conoscenza del territorio. Potè, infatti, colpire di sorpresa i Veneziani che atterriti dall'attacco feroce, impietoso e inaspettato si diedero ad una fuga disordinata inseguiti da tutta la popolazione.
Castel Gresta fu comunque conquistato dopo pochi giorni da truppe che attaccarono da Nago, da Nomesino e da Valle S. Felice.
I Castelbarco ebbero in seguito, a ricompensa della loro fedeltà, l'antica rocca di Barco da cui erano partiti.
Ma ormai il feudalesimo stava tramontando e storicamente il Medio Evo era terminato nel 1492 con la scoperta dell'America.


 


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