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Nomesino: La bonifica del territorio

''Un ponte lanciato tra il passato ed il quotidiano'': ricerche sul territorio, sulla storia, sulle leggende e testimonianze della gente del paese"

Posizione Geografica

Prime popolazioni

La Bonifica del territorio

Le case, le strade

Nomesino e la nostra storia

Castel Nomesino, pianta del castello, il suo tesoro.

Conquista e distruzione.

Gardumo sconfigge Venezia.

Le tre strie

 

Siamo all'età del ferro all'incirca II-III secolo a.C. e a Nomesino inizia la bonifica del territorio. I primi terreni bonificati furono sicuramente quelli già pianeggianti per loro natura e fra questi la piana di Zele. Si racconta che la piana sia stata coltivata in origine dagli abitanti di Corniano.


 

Le lunghe gradinate di muri a secco delle altre località risalgono quindi ad epoche più recenti, all'incirca inizio Medio Evo, in cui l'incremento demografico impose la costruzione di nuovi campi e nuove abitazioni, cioè il paese di Nomesino. 
L'imponente opera di costruzione continua per tutta l'era medioevale e anche oltre.
Circa metà del suolo viene completamente disboscato. Anche il più piccolo ripiano della montagna viene scavato e bonificato separando i sassi dalla terra: con i sassi risulta dello scavo vengono costruiti i muri a secco che diventano l'unico sostegno per la terra vegetale contro l'erosione delle piogge.
I terreni posti attorno al paese e più in basso vengono scavati e lavorati con maggior cura e più in profondità perchè destinati a campo, mentre quelli più scoscesi e ad altitudini maggiori, destinati a prato, vengono semplicemente disboscati e zappati. Sono frequenti i casi in cui l'altezza del muro è maggiore della larghezza del ripiano di terra da esso sostenuto. Alle volte i sassi d'angolo sono anche squadrati; altre volte il muro generalmente non supera i tre metri, ma sono frequenti i sassi di dimensioni ciclopiche, con i lati lunghi più di un metro.
Di fronte a tale opera è doveroso riconoscere la fatica, l'abilità e la maestria dei costruttori che spinti dalla necessitàà di produrre frumento, uva, fagioli o lenticchie lavorarono con attrezzi rudimentali esponendosi a innumerevoli rischi di infortunio.

Il lungo lavoro e l'attaccamento al territorio sono espressi anche al numero di località, circa 190, distinte da denominazioni caratteristiche. Alcune sono espressioni della conformazione del luogo, altre probabilmente si riferiscono ai nomi delle persone o delle famiglie che hanno bonificato il luogo, gente di cui il tempo, le invasioni, le deportazioni hanno cancellato ogni traccia.
Sparsi per le campagne e nei luoghi più lontani dal paese, esistono ancora oggi oltre 30 casoti scavati nella terra. Trattasi di piccoli rifugi dalle dimensioni di uno-due metri di lato, inseriti nel muro a secco del campo, con le pareti anch'ese in muro a secco e coperti da lastre di pietra, in cui una persona può stare in piedi a malapena; a meno che, com'è presumibile, a quei tempi gli uomini non fossero più bassi e tarchiati di noi.
In quei buchi la gente si è riparata dalle intemperie e vi ha dormito per non dover percorrere il viaggio verso casa dopo una giornata di lavoro sicuramente duro.

Fin dalle prime origini del paese lo sfruttamenteo del territorio è stata l'unica fonte di sostentamento per persone ed animali. E' opinione diffusa che la popolazione di Nomesino non abbia mai superato i 300 abitanti e che, all'incirca, gli animali domestici come vacche, buoi, ovini e caprini siano stati di numero pari alle persone.
Significativo e consistente è stato l'allevamento del bestiame che manteneva i prati e le radure dei boschi puliti e rasati come un giardino di città dei giorni nostri.
Ma le risorse del territorio sono arrivate allo sfruttamento estremo nel secolo appena trascorso. Persone ancora viventi raccontano di anni in cui per foraggiare gli animali era necessario racogliere anche l'erba dell più piccole balze della montagna , nei luoghi più lontani ed impervi, e con sacchi a spalla trasportarla fino alle strade carrabili. Inoltre, dopo che le autorità forestali avevano assegnato un pezzo di bosco da tagliare per legna da ardere, ci si affrettava a raccogliere anche le foglie e i rami più tenteri prima che l'autunno li facesse ingiallire: in voce dialettale tale pratica veniva chiamata "Far el broc".
Questo modello economico però non è riuscito a sostenere le nuove esigenze dell'età moderna e gradualmente, dopo il 1950 circa, ha avuto inizio l'abbandono del territorio. Sempre più giovani hanno abbracciato la vita della fabbrica nel fondovalle: la popolazione in paese è diminuita al di sotto della metà; la produzione agricola si è ridotta di molto e gli animali erbivori sono scomparsi.
Il rimboschimento è in continua espansione: gradualmente la natura si riprende ciò che  i Reti e le popolazioni medioevali le avevano tolto ne corso dei millenni.


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